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RAIMONDI-ROSSI, L'EMILIA DEI MOTORI

 

I trattori costruiti da Romeo Raimondi sono pezzi più unici che rari. Recuperati grazie alla passione di uno dei suoi tre figli

 

• di Francesco Bartolozzi

 

Se quel giorno nel lontano 1998 a Renzo Raimondi non fosse capitato di notare sul ciglio della strada provinciale tra Cento e Ferrara un cartello con scritto "Vendesi" proprio sul T 20 che suo padre Romeo aveva costruito nell'immediato dopoguerra, forse non avrebbe dato il via all'opera di recupero dell'intera collezione dei trattori costruiti dalla modenese RC (Raimondi & Caiumi, questa era la prima denominazione sociale) e commercializzati dalla bolognese Fratelli Rossi. «Appena vidi quel cartello - conferma Renzo - immediatamente ho fatto inversione e sono andato a chiedere informazioni. E da lì a decidere di pagare 800mila lire per (ri)portarmelo a casa, il passo è stato breve. Certo, l'idea di recuperare tutti i modelli costruiti dall'azienda di mio padre dentro di me covava già da prima, ma di sicuro quell'episodio è stata la molla che ha fatto scattare il tutto».

Da quel momento, infatti, Renzo ha recuperato (quasi) tutti gli altri modelli costruiti dalla RC dal dopoguerra fino al 1972, anno della scomparsa del fondatore Romeo che lasciò l'azienda nelle mani dei suoi tre figli (Renzo, Roberto e Romolo). Poco tempo prima, proprio i figli avevano realizzato che l'azienda (che nelfrattempo aveva cambiato nome ed era diventata l'attuale Rcm, Raimondi Costruzioni Meccaniche) non poteva più reggere il confronto con le grandi imprese meccaniche sia nel settore marino che agricolo, per cui avevano deciso di cambiare strada e concentrarsi sulla pulizia industriale meccanizzata. In altre parole iniziarono a produrre motoscope, e a seguire spazzatrici e lavasciuga, e questo è il settore in cui opera tuttora la Rcm in quel di Casinalbo, in provincia di Modena. «In realtà - precisa Renzo - non sono riuscito a recuperare ancora l'intera collezione. Me ne manca uno, il Torello. Ho trovato chi lo possiede, ma non sono riuscito a convincere il proprietario a vendermelo ».

Nel complesso si tratta di pochi modelli e di un marchio magari non noto a tutti, ma sicuramente unici, nel design e nella tecnologia. Basti pensare all'introduzione delle quattro ruote motrici. Quello che affascina di questi trattori, inoltre, è la loro genesi, un fitto intreccio tra intuizione, genialità imprenditoriale e competenze tecniche. Romeo Raimondi, infatti, veniva dalle scuole serali di Ingegneria, frequentate tra l'altro insieme al mitico Orake Enzo Ferrari, e la prima azienda che mise in piedi nel1922 a Modena (la RC appunto) produceva motori diesel per l'agricoltura e per la marina. In effetti era il fornitore ufficiale della Marina militare italiana, in particolare per i servizi ausiliari di bordo nelle grandi navi da guerra (sollevamento ancore, apertura e chiusura portelli, azionamento verricelli ecc). L'ingresso più determinato nel settore agricolo avvenne subito dopo la guerra, quando l'Italia aveva la necessità di dover meccanizzare l'agricoltura. «A quel tempo in Italia - ricorda Renzo - chi faceva trattori era sostanzialmente la Fiat, che però aveva solo il motore a benzina, mentre il diesel non lo faceva quasi nessuno. Mio padre, come tanti altri in quel periodo, costruì qualche carioca, ma poi si concentrò sul progetto di un trattore, che rimase però solo al livello di prototipo. Era alimentato con il motore diesel bicilindrico T 20, 20 CV di potenza, e fu costruito usando materiale e mezzi di trasporto scartati dall'esercito americano alla fine della guerra. La cosa che più saltava agli occhi era la sproporzione tra le ruote anteriori, piccole, e posteriori, decisamente più grandi. Tutte erano comunque ricoperte da una cintura cingolata».

 

1950, l'anno del Leprotto

Prima ancora di questo prototipo in realtà Raimondi aveva già costruito un trattore. Il'1950, infatti, era stato l'anno del famoso Leprotto, un piccolo modello utilizzato per trainare i vagoncini colmi di laterizi nelle celle delle fornaci, commissionatogli da una ditta di Carpi. «Per provare la fattibilità di questo trattori no - ricorda Renzo - mio padre usò le ruote della Vespa come ruote anteriori e quelle della Topolino come posteriori ». Il Leprotto montava un motore diesel da 500 cc, della potenza di 4 CV e raffreddato ad aria, e da quel modello nacque anche la versione agricola, il Torello, richiesto dalla Attim di Milano che cercava un trattore di piccole dimensioni utilizzabile per lavori agricoli e applicazioni industriali. «L'idea del trattore agricolo puro - continua Renzo - non dispiaceva a mio padre, che così progettò un secondo modello, il Diesel 20, sempre in telaio tubolare come il primo prototipo e con motore diesel 4 tempi bicilindrico, da 20 CV e raffreddato ad acqua». Questo modello piacque così tanto all'azienda bolognese Fratelli Rossi (dedita alla produzione di macchine agricole e movimento terra) che alla fine giunsero a un accordo per cui Raimondi metteva a disposizione progetto, relativi disegni tecnici e propulsore, dopo di che i Rossi pensavano al resto. In questa, come in altre occasioni, infatti, Romeo Raimondi rifiutò l'offerta di produrre "industrialmente" i trattori che gli venivano richiesti. Nacque così il primo modello prodotto in serie, il T 20, con sgargianti colori giallorossi scelti dalla Rossi per evidenziare il loro ruolo di rappresentanti per l'Italia dell'olio Shell. «II risultato vedeva la presenza - precisa Renzo - a parte il cambio, di componenti presi da veicoli militari americani tipo Jeep e da camion, dal differenziale fino ai freni e ai mozzi delle ruote. E il motore era appunto il T 20". Questo motore era nato per la Marina negli anni Trenta ed equipaggiò i trattori di Raimondi fino al 1955, quando subentrò il T 27, che equipaggiava la serie successiva degli R2 e degli R4. 1.900 cc di cilindrata e più potente, aveva anche una concezione più moderna: era privo, infatti, di pompa dell'acqua, perché andava a termosifone, gli iniettori erano esterni e in generale non aveva gli inconvenienti del precedente. Indipendentemente dalle 2 o 4 motrici, quindi, il motore dal 1955 in poi divenne il T 27.

 

Dall'R2 all'R4

La serie R2, a due ruote motrici, venne prodotta in 3 modelli da 15, 25 e 35 CV, mentre la serie R4, che si distingueva per le 4 ruote motrici uguali, venne prodotta con un modello da 35 CV a partire dal 1956 riprendendo le caratteristiche principali del Bruco (vedi riquadro). In pratica, la R4 nacque per owiare al problema della mancanza dell'autobloccante posteriore nei modelli precedenti, per cui Raimondi studiò un sistema di frizioni laterali di sterzo come se si trattasse di un trattore a cingoli, in modo da evitare possibili slittamenti che talvolta si verificano nei modelli a quattro ruote motrici dotate di differenziale. «La soluzione tecnica concepita da mio padre - ricorda Renzo - in un certo senso precorse i tempi, perché solo successivamente la Fiat e altri costruttori ottennero lo stesso risultato con gli innesti a frizione».

Un ultimo modello da citare nella produzione di Raimondi fu, poi, il T 360, dal nome del propulsore utilizzato, un quattro cilindri con 60 CV di potenza, ma il trattore non fu mai commercializzato. Renzo è il primo dei tre figli di Romeo Raimondi ed è quello che più ha avuto a cuore il recupero di questi gioielli. Basta fare una capatina nel suo ufficio per capire perché: un "disordine organizzato" (<<Guai a chi cerca di metterci le mani», ammonisce Renzo) nel quale spiccano i motori Cucciolo, Motom e Mosquito, assieme a decine di coppe vinte a seguito delle numerose gare di rally (passione che tuttora coltiva). «In alcuni casi ho lavorato personalmente su quei trattori e ho cominciato a recuperarli comperandoli da vari agricoltori, restaurandoli grazie al fondamentale aiuto di un meccanico ex-dipendente della Rcm e riportandoli ai colori originali. Alcuni erano messi bene, altri da rifare completamente. In ogni caso, anche a costo di spenderci dei soldi li ho riportati nelle condizioni originali. Di originale ho anche libretti, cataloghi, depliant ecc., per cui chissà che non riesca a realizzare anche il sogno di un vero e proprio museo - conclude Renzo - dove riassumere la storia della Rcm a partire dai motori, passando per i trattori e finendo con le motoscope ».

 

IL BRUCO, UNA VERA RIVOLUZIONE

Sempre all'inizio degli anni Cinquanta Romeo Raimondi progettò e costruì un vero e proprio trattore rivoluzionario: il Bruco. Quattro (anche se il prototipo iniziale ne aveva addirittura sei) ruote motrici gommate uguali (cingolabili), senza l'ausilio del differenziale, ma con freni di sterzo come i cingolati. Concepito per ovviare alla limitata forza di trazione delle due ruote motrici e in grado di lavorare in sicurezza anche in pendenza, il primo modello venne immatricolato nel 1953 e restò in vita fino al 1970 con potenze di 40- 45-50-80 CV (il motore era a due cilindri verticali). Su quella filosofia furono realizzati anche spazzaneve, macchine movimento terra e pale caricatrici. Anche in questo caso i Fratelli Rossi chiesero a Raimondi di produrne uno per loro, ma un po' più piccolo, e da lì nacque l'R2.

 

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