Lesa

 
 

Nel 1948, a Reggio Emilia in via Adua, 36, due giovani, Alceo Leoni (26 anni) e Nello Salsapariglia (22 anni), aprirono un’officina meccanica, seguendo la loro aspirazione che non era quella di lavorare la terra, almeno come contadini. Dovendo dare un nome alla loro bottega, decisero per un nome che unisse le sillabe iniziali dei loro cognomi; il risultato fu un logo che suonava abbastanza bene e si poteva ricordare con facilità. Nacque così il marchio Lesa, che per parecchi anni rappresentò un fiore all’occhiello dell’artigianato meccanico agricolo reggiano, anche se non impensierì più di tanto le grandi industrie del settore.

Le cose andarono più meno così: Alceo aveva uno zio di nome Cisneo, il quale disponeva di un vasto locale a Reggio Emilia in via Adua, la strada che portava all’aeroporto. La posizione venne giudicata strategica per aprire un luogo per riparare i camion, che in quel momento erano i soli mezzi che univano, su strade disastrate, le varie parti del Paese. Lavoro ce ne era in abbondanza, anche perché si trattava di un parco invecchiato oltre misura, e in più molto esausto per le fatiche e l’usura che aveva dovuto sopportare durante il conflitto. Le soddisfazioni economiche non mancavano ma, mentre le mani si agitavano attorno a motori e cambi di velocità, le menti sognavano trattori.

Nello figlio di agricoltori, aveva imparato ad arare a 14 anni nei campi di casa. Una volta cresciuto fece il tornitore salvo all’estate, quando non resisteva alla tentazione di fare il motorista dietro le trebbie.

Alceo aveva le medesime esperienze e la stessa aspirazione e quando si offri l’opportunità di fare qualcosa attorno ai mezzi agricoli, i due cominciarono a sognare quell’idea che si concretizzò nell’autunno del 1950, quando venne tenuto a battesimo il “Falco”, primo trattore di una fortunata serie recanti il marchio Lesa.

Il Falco era un trattore che a quei tempi suscitava meraviglia. Offriva un cambio a 10 velocità in avanti e 2 retromarce, un motore Slanzi bicilindrico a petrolio di 1570 cm3 capace di 14 cavalli a 1800 giri, pesava 1280 chili e costava 1 milione e cento mila lire. Cambio, ponte, differenziale, scatola dello sterzo, provenivano tutti dal recupero di parti di mezzi militari italiani e stranieri, acquistati all’asta nei campi Arar. In quanto a linea, con i parafanghi avvolgenti e il muso appuntito, sembrava il fratello minore del Velite Landini, che tra l’altro, era la marca che andava per la maggiore. Sul campo poi non trovava avversari: i due ex aratori non avevano dimenticato le smanettate e le “preghiere” che tiravano quando sentivano il motore morire sotto, senza poter scalare una marcia che non c’era, ed essere costretti ad alzare il vomere! Tra tutti i trattori costruiti, il Falco era quello che con i suoi 1,1 chilometri l’ora, in “prima” andava più adagio. In più i due oramai ex ragazzi avevano capito che bisognava dare peso all’avantreno, sia per l’aratura sia per poter utilizzare una pedana di loro creazione, sulla quale attaccare in modo rapido e senza chiavi, diversi attrezzi come pompe o altro.

Nonostante il successo, il Falco ebbe vita breve: Slanzi aveva messo in produzione nel 1952 un motore diesel a precamera da 15 cavalli che la Lesa adottò immediatamente facendo nascere il Titano. Quando poi la casa di Novellara modificò ancora il motore portandolo alla iniezione diretta, il Titano assunse la sigla B. La sigla C venne attribuita a un veicolo completamente ridisegnato perché oramai le parti di recupero erano finite. Il cambio passò a 8 marce, le dimensioni variarono di pochi millimetri e il peso raggiunse i 1300 chilogrammi. Questo modello restò in produzione sino al 1958 quando, di fronte ad un nuovo motore Slanzi a 3 cilindri, Alceo e Nello non resistettero e costruirono il Super Titano 25.

La Lesa si era fatta un nome e si era lanciata anche nelle seminatrici e nelle falciatrici a motore. Senza trascurare il trattore che nel 1959 vide nascere un carro, completamente disegnato ex novo, per la serie degli LDV, le cui motorizzazioni spaziarono dai 25 cavalli iniziali sino ai 55 per complessivi 7 ordini di potenza. La Lesa cominciò a rappresentare una realtà economica di rilievo: con una sessantina di operai riusciva a costruire circa 8-10 trattori al mese e 80 falciatrici, collocandosi al dodicesimo posto tra i costruttori italiani.

A questo punto, la necessità finanziarie legate a sostanziosi investimenti per sviluppare idee e prodotti, e il ritardo sempre crescente nel ricevere dallo Stato il danaro a saldo delle agevolazioni fatte agli agricoltori i attraverso i prestiti agrari, mise in crisi molte aziende tra le quali la Lesa. Che non trovò di meglio che accettare, nel 1964 l’offerta di acquisto della Corghi di Correggio la quale trasferirà tutta la fabbrica in Toscana dove proseguirà per qualche tempo la produzione col proprio nome. Nel 1965 la Società Lesa viene sciolta.